Le dieci Parole 2 Es 20,7-ss
Proseguiamo a camminare dentro le Dieci Parole, ricordandoci sempre che si tratta di Parole di Vita o meglio ancora Parole necessarie per vivere bene, un vero e proprio manuale di istruzioni per la vita.
Affrontiamo oggi il secondo, il terzo e il quarto comandamento. Giovedì scorso siamo andati un po' lunghi in quanto la prima Parola è assai complessa e soprattutto è la Parola, non per niente è la prima, che ci aiuta a sviscerare tutte le altre, insomma ci dovrebbe aver dato la chiave di lettura del Decalogo.
Esodo 20,7
7 (SECONDA PAROLA) "Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano."
Così dice il secondo comandamento, ma noi l'abbiamo imparato in modo un po' diverso: -Non nominare il nome di Dio invano-
Diciamo che fin da piccoli al catechismo ci hanno detto che questo comandamento è da starci attenti in quanto, ci dicevano, non dovevamo bestemmiare, oppure scherzare su Dio, le barzellette o le battute, ci dicevano scherza con i fanti ma lascia stare i santi, o anche trattarlo male e senza rispetto non era buono ecc… E ci mancherebbe altro!
Ma può un comandamento dirci che non dobbiamo bestemmiare, non è insito nelle regole della buona creanza, della buona educazione, serve addirittura una legge di Dio?
Non significherà forse qualcosa di più, o di diverso?
Vediamo nel dettaglio.
La traduzione suona così: «Non ti caricherai del Nome di Dio mentendo».
Nella cultura semitica il NOME, lo abbiamo detto tante volte, significa non un appellativo ma la persona stessa, il suo modo di essere, di fare cioè ciò che si è nel proprio intimo, la propria essenza.
Questo Dio, il mio Dio è il Dio che ci ha liberato dai nostri 400 anni di schiavitù o che ci sta liberando da questa lunga schiavitù, è il Dio che ci propone la vita, ci propone di voler essere il TUO DIO, il MIO DIO, un Dio con il quale ho strutturato o devo realizzare un rapporto, una relazione diretta, unica, un Dio che ci chiede di voler stringere con noi, ma singolarmente una relazione autentica.
Ma se non consideri seriamente questa relazione con Dio, è come non averla: se non dai spazio a Dio, se non ti giochi la vita con Lui avrai sempre una relazione finta, impalpabile, inutile e «ti caricherai del nome di Dio, ovvero di Dio stesso, mentendo».
Semplicemente: Lo invocherai ipocritamente…
C'è un racconto nel vangelo che illumina perfettamente questo concetto e lo ascoltiamo dall'evangelista Marco:
Marco 10,17-22
Mentre
usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in
ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per
avere la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è
buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa
testimonianza, non frodare, onora
il padre e la madre».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla
mia giovinezza». Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa
sola ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in
cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se
ne andò afflitto, poiché aveva molti beni.
Questo uomo è amato dal Signore perché a Lui si è rivolto. Questo uomo è amato dal Signore perché rispetta i comandamenti. Ma quest'uomo sta rispondendo al Signore in modo parziale perché il suo rispetto (morale) è nei comandamenti che riguardano la relazione tra gli uomini cosiddetta orizzontale. Lascia tutto, gli dice Gesù, ovvero fai la tua vita in Dio, molla tutto, ricordate ciò che dice Dio ad Abramo "Lech Lekha", entra in una relazione speciale, straordinaria, vivi nell'Eterno. A questo punto tutto crolla e quest'uomo va via rattristato.
Tutto crolla, anche il suo presunto rispetto per i comandamenti cosiddetti orizzontali, solo sui quali il giovane ricco risponde, in quanto la relazione autentica con Dio non può essere parziale. L'abbandono di ogni cosa sollecitata da Gesù implica l'abbandono totale dell'uomo in Dio e il non abbandonare il proprio status, fatto di ricchezze, potere, possesso, determinano automaticamente l'abbandono di Dio ovvero il persistere nel camminare per le strade del proprio mondo.
C'è un altro passo del vangelo che è ancora più aderente al contesto.
Ascoltiamolo da Matteo 25,31-46:
31Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. 32E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, 33e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. 34Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. 35Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, 36nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. 37Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? 38Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? 39E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? 40Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me. 41Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. 42Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; 43ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. 44Anch'essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? 45Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me. 46E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna».
Non è Gesù che si offende, rinunciare alla relazione unica e straordinari con Dio ci rende orfani, ci rende tristi ci rende sconfitti.
8 (TERZA PAROLA) Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: 9 sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; 10 ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. 11 Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro.
Non è, quindi, ricordati di santificare le feste, non è ricordati di andare a Messa altrimenti, come ho detto prima Gesù si offende.
Il riposo, il silenzio sono essenziali nella nostra vita.
Ma non solo, noi riusciremo a riposarci quando finalmente avremo preso consapevolezza dell'unicità della nostra vita, quando passeremo dal perché al per chi. Quando cominceremo a pacificare la nostra anima con la vita che ci è stata donata, quando capiremo che ogni accadimento è funzionale alla nostra vita e di conseguenza a vantaggio nostro e del nostro prossimo. Allontaniamoci dai "perché proprio adesso", "perché proprio a me", ma avviciniamoci verso la consapevolezza del per chi è avvenuto ciò, a favore o a vantaggio di chi mi è successo quel guaio (grande o piccolo che sia). Vi ho raccontato più volte di quando morì mia moglie. Quell'evento tragico era dedicato a me, rispondeva assolutamente alla domanda per chi e non perché. E io ringrazio Dio ogni giorno per avermi donato fin da subito quella consapevolezza, che ha messo la mia vita su un binario dove ora mi ci riconosco pienamente. Viceversa la rabbia, l'incomprensione, il danno subito mi avrebbero roso e forse ancora oggi non avrei acquistato quella pace necessaria a seguitare a crescere i miei figli uno all'epoca di neanche 10 anni l'altro nel pieno della gioventù.
Santificare il settimo giorno è dare gloria a Dio circa ogni istante della propria vita perché questa vita è l'unica e la migliore delle vite per me così per te.
Allora sì, questa sacralità ci porta a santificare, in questo tempo di riposo e di pace raggiunta, l'alimento del mio rapporto con il Signore: l'Eucarestia, il nostro primario alimento, l'unica opportunità che abbiamo, l'opportunità più straordinaria. Il Signore Dio l'Altissimo conoscitore assoluto del nostro essere sa che durante la settimana siamo ben e troppo presi dai nostri affari, ma affinché questi non si radicalizzino diventando artefici dell'idolatria ci richiama al riposo, a quello vero condiviso con il nostro prossimo, così come recita il comandamento:
"tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te".
12 (QUARTA PAROLA) Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio.
È l'unico comandamento che ha al suo interno una promessa. Dio dice se tu farai questo avrai quest'altro. Ma andiamo per gradi.
Il verbo onorare si traduce dall'ebraico KABED che significa pesare, pesare, quindi, i propri genitori, dare il giusto e corretto peso ai propri genitori; non significa esplicitamente essere obbedienti o rispettosi, ci mancherebbe altro, è qualcosa di più e di diverso.
Nell'infanzia noi figli idealizziamo i genitori, anche se questi sono dei pochi di buono, per noi è papà o mamma, sono i migliori in assoluto, sono dei super eroi anche se ci appaiono un po' strani nei loro comportamenti. Sono i migliori in assoluto, nessuno è come loro.
Crescendo spesso questo giudizio di superiorità assoluta si trasforma, fino a far diventare il genitore il nostro primo ostacolo da rimuovere dalla nostra strada. E se questo giudizio non lo rimuoviamo, dedicandolo all'età dell'adolescenza dove diventa addirittura necessario per la crescita del giovane, il genitore diventa il lontano, il non apprezzabile, ovvero senza alcun prezzo, senza alcun valore.
C'è o non c'è è la stessa cosa.
Ma qui la responsabilità non è di nessuno! La responsabilità è in un banale equivoco, ovvero, il non aver dato il GIUSTO PESO ai miei genitori. Averli idealizzati o disprezzati a prescindere, questo è l'errore. Perché, attenzione, anche l'idealizzazione è foriera di errore perché al primo sbandamento crolla il castello di onnipotenza, crolla il mito che avevamo costruito attorno al genitore. È questo che ci suggerisce questo quarto comandamento: KABED giuso peso.
Quando io figlio avrò la consapevolezza che il genitore è di carne e ossa come me avrò di fronte un quadro diverso di pacificazione con la mia infanzia/gioventù, questo significa: «perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio».
Questo tempo gradirà della pace e della consapevolezza che si è acquisita in una struttura pacificata, perdonata, questo ne determinerà un allargamento quindi un aumento qualitativo dei giorni disponibili.
Questa quarta Parola è un insegnamento che cammina e si sostanzia nel tempo, che diventa generatrice di consapevolezza circa la criticità in cui vive l'essere umano, generatrice di pace progressiva. Con tutti i limiti di mia madre e di mio padre, con alcune cose che ancora un po' mi friggono dentro, però ora dopo molti anni che non ci sono più comprendo sempre meglio che quei limiti, che con l'andare degli anni della mia crescita e fino a oggi, ho scoperto, che quei limiti sono anche i miei limiti, le mie difficoltà a essere padre. Questa scoperta di consapevolezza è il senso della promessa: «perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio»
La pacificazione scaturita dalla comprensione del giusto peso, dal perdono, arricchisce ogni giorno la mia esistenza.