Riflessione biblica quaresimale in vista della Pasqua: “Vedere il regno di Dio” (Gv 3,3.5)

"In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio … In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito non può entrare nel regno di Dio." Gv 3,3.5
Questi versetti del Vangelo secondo S. Giovanni fanno parte del racconto relativo alla visita notturna di Nicodemo "uno dei capi dei Giudei" (Gv 3,2) a Gesù . Secondo gli studiosi, quando i vangeli riportano parole di Gesù, virgolettate e introdotte dalla espressione "in verità, in verità" (in ebraico e in aramaico, "amen, amen"), sono proprio le sue, e, per questo, assumono una valenza particolarmente importante: le ha dette così come sono riportate. Gesù dice che il regno di Dio può essere visto prima di entrare in esso. E', a mio giudizio, un aspetto interessante da approfondire, considerato che la lingua italiana e il riferimento alla nostra quotidianità qualche problema lo creano. Cosa si intende nei vangeli con vedere?
E' singolare, intanto, il fatto che questi due brevi versetti siano in gran parte identici, con solo due differenze:
Gesù annuncia una nuova nascita che viene dall'alto, da acqua e Spirito, chiaro riferimento implicito al sacramento del Battesimo;
Nel primo c'è il verbo vedere; nel secondo il verbo entrare. Se Gesù stesso li colloca così, prima uno e poi l'altro, mette in evidenza che l'ingresso nel regno di Dio è preceduto dal fatto che è possibile vederlo.
Il verbo vedere, assieme ad alcuni altri sinonimi come guardare, osservare, contemplare, è presente nei vangeli diverse centinaia di volte, all'incirca poco più di 600. Questa considerazione potrebbe indurci a vederla come una stranezza. In realtà lo studio della Bibbia sottolinea molto la importanza delle ripetizioni, definite più propriamente ricorrenze.
Il verbo vedere, utilizzato comunemente nella lingua italiana in rapporto diretto con i nostri occhi, suscita soprattutto considerazioni strettamente legate alla realtà sensibile, alla percezione diretta e visiva delle cose. Gesù, però, nei due versetti citati, si riferisce, oltre all'acqua che ci raffiguriamo facilmente attraverso l'esperienza visiva di tutti i giorni, anche due elementi particolari del vedere che sono il nascere dall'alto e nascere da Spirito, che, tuttavia, sfuggono alla nostra vista umana in quanto invisibili, o, più propriamente, spirituali.
I testi antichi dei vangeli, scritti in lingua greca, ci aiutano a capire che cosa si intende quando viene usata la parola vedere.
I verbi della lingua greca che vengono utilizzati sono 5, strutturalmente e formalmente diversi fra loro, mentre nella lingua italiana sono tutti tradotti con vedere e con suoi sinonimi. Va pure detto che, in più casi il contesto in cui sono inseriti aiuta ad attribuirne il significato corretto. Li metto secondo un ordine progressivo per spiegarli:
Blepo: vedere con gli occhi e viene utilizzato quando si raccontano fatti concreti.
Theoreo: vedere qualcosa che stimola la osservazione attenta di un evento importante che vediamo e ci riguarda, ma che implica un coinvolgimento personale, per cui chi osserva si sforza anche di capire cosa vede con gli occhi per coglierne il senso ed è spinto così ad elaborare una o più ipotesi ai fini di una maggiore e più attenta comprensione del fenomeno che si sta vedendo.
Theaomai: essere semplice spettatore di qualcosa di significativo.. Questo termine viene tradotto generalmente in italiano nei vangeli con contemplare. (Gv 1,32)
Orao: si tratta di un verbo molto raffinato del pensiero greco; spinge la mente di chi vede verso la consapevolezza (sapere) e la comprensione profonda (comprendere) di un evento visivo, quando è coniugato nel tempo che la grammatica greca definisce come aoristo. Questo tempo verbale caratterizza un'azione istantanea, puntuale e decisiva, non un processo prolungato come nel caso del verbo osservare. Ad esempio, il ben noto: Conosci (aoristo) te stesso.
Risulta anche la presenza di un quinto verbo, ma è usato una sola volta e, quindi non lo si prende solitamente in considerazione.
I vangeli, scritti in greco, si rivolgevano a persone che nella vita quotidiana usavano questi verbi e ne conoscevano benissimo le diversità di significato, anche se riconducibili tutti al verbo vedere.
Tutto questo è importante perché nel Vangelo secondo Giovanni c'è un episodio, il racconto della resurrezione di Gesù che utilizza 3 di essi in successione progressiva e, più esattamente, il primo (Blepo), il secondo (Theoreo) e il quarto (Orao). E' molto importante perché ci mette davanti il dinamismo del vedere cristiano, ossia come dal vedere con gli occhi del corpo si può giungere alla fede: "vide e credette" (Gv. 20,8). Mi riferisco al racconto della visita al sepolcro dove Gesù era stato deposto, come lo narra Giovanni evangelista. (Gv. 20,1-10).

Maria di Magdala si recò al sepolcro e vide (blepo) che la pietra "era stata tolta dal sepolcro". Giunse correndo anche Giovanni, l'unico discepolo di Gesù presente alla sua sepoltura; "si chinò; vide (blepo) i teli posati, ma non entrò". (Gv 20, 5).
Subito dopo, arrivò Pietro; "entrò nel sepolcro e osservò (theoreo) i teli posati e il sudario, posto sul capo di Gesù, "avvolto" in un luogo a parte". (Gv 20, 6-7) La Bibbia autorizzata dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) nel 1974, traduce theoreo con "vide"; quella del 2008 con "osservò".. L'evangelista Giovanni qui ci fornisce un indizio importante: il sudario che è "avvolto". La conclusione, seppure ancora discussa dagli esegeti, ma è la più accreditata, è che l'attenzione di Pietro è stata attirata da questo oggetto: il sudario. cioè si mostrava stranamente come se avvolgesse ancora il capo di Gesù, non più presente insieme al resto del corpo. (Questo particolare del sudario e dei teli non srotolati è ben evidente in una antica icona, riprodotta sulla sinistra), Quindi, Pietro osserva attentamente il sudario e i teli e la sua mente è come se si fosse fermata su un pensiero: "Cosa significa per me quanto sto vedendo", come se cercasse nella sua mente una possibile risposta, scavando nella sua esperienza pregressa di figlio di Israele, in visita ad una tomba, prima che venisse sigillata allo scadere del terzo giorno dalla tumulazione, e di discepolo di Gesù, il quale, quando era ancora in vita, aveva annunciato per ben tre volte ai suoi discepoli che avrebbe patito, sarebbe morto in croce e il terzo giorno sarebbe risorto.
Poi entrò nel sepolcro Giovanni che non aggiunge particolari, ma , molto sinteticamente, scrive "vide e credette" (Gv 20,8); Il verbo greco utilizzato da Giovanni, tradotto in italiano con vide è Orao che nell'aoristo prende il significato di sapere, comprendere Qualsiasi persona di lingua greca che avesse avuto conoscenza del vangelo, avrebbe capito subito che Giovanni voleva dire: "Adesso, in questo preciso istante, io so, (ho compreso), che Gesù è veramente risorto da morte, come aveva detto ai suoi discepoli". Scrive, infatti: "vide e credette". Era andato oltre gli occhi della carne ("vide"), grazie alla fede ("e credette")
L'evangelista Giovanni affida ai segni del sepolcro l'inizio del cammino verso il grande mistero del regno di Dio: la pietra che chiude il sepolcro rotolata via, i teli e il sudario che avvolgono il corpo. In una tomba ebraica non si trovava altro, diversamente dalle tombe pagane. Quei segni, alla luce del Vangelo, richiamano e attestano che Gesù ha patito, è morto sulla croce ed è stato deposto nel sepolcro ed i vangeli raccontano la passione, la morte e la deposizione di Gesù nel sepolcro fedelmente fin nei particolari; i testimoni, e fra gli apostoli il solo Giovanni, lo hanno visto con i loro occhi e ne hanno dato ampio resoconto, affinché nessuno sia ingannato. Sono i segni che ci indicano per primi, la via sicura verso la Pasqua e verso il regno di Dio in Gesù Cristo risorto da morte.
La Quaresima è il tempo liturgico stabilito dalla Chiesa per camminare su quella via e dona al credente una così grande ricchezza di segni affinché, ripercorrendo la passione, la morte e la sepoltura di Gesù, accolga con piena consapevolezza il mistero della fede nel Risorto che essi racchiudono.
Gerardo Rapini.